Devir/Davar

Navigare nel tempo lungo le rotte del Mediterraneo. Hora – I canti del Mare di Mezzo: Kolot, un mare di voci.DEVIR / DAVAR: dalle rovine del Tempio alla perennità del Libro.

Presentato dalla Associazione Euforia Costante/Finnegans Percorsi culturali Padova. A cura di Massimo Donà e Luigi Viola. Con la partecipazione di Regione Veneto e Comune di Venezia.

mercoledì 1 giugno 2016, ore 16-20 – Fondazione Querini Stampalia (Auditorium),

I MOLTI MODI DELLA VERITA’. Tra dialogo e conflittualità. Presenta Luigi Viola, coordina Davide Assael – Intervengono: Rav Giuseppe Laras, Vittorio Robiati Bendaud, Giulio Maspero, Massimo Donà. Prevediamo i saluti del presidente della Comunità Ebraica di Venezia Paolo Gnignati, del Rabbino capo di Venezia Rav Scialom Bahbout, del Presidente della Regione del Veneto Luca Zaia, del Sindaco di Venezia Luigi Brugnaro.

Segue CONCERTO del Paul Klee Quartet (musiche di Philip Glass, Erwin Schuloff, John Zorn) e lettura di poesie di autori israeliani contemporanei da parte dell’attrice Carla Stella.

domenica 12 giugno 2016, ore 16-20 – Fondazione Querini Stampalia (Auditorium)

SCRITTURA E TESTIMONIANZA. Un dire ‘al futuro’ – Presenta Luigi Viola coordina David Assael. Intervengono: Donatella Di Cesare, Stefano Levi Della Torre, Valerio Magrelli. Prevediamo i saluti del portavoce della Comunità Ebraica di Venezia Paolo Navarro Dina, dell’Assessore alla Cultura della Regione Veneto Cristiano Corazzari.

Segue CONCERTO di Claudio Ronco ed Emanuela Vozza a due violoncelli barocchi (musiche di Jacopo Basevi detto Cervetto e di James Cervetto) e lettura di poesie di autori ebrei dal 1500 ad oggi da parte dell’attrice Carla Stella.

15 maggio 2016 – 5 giugno 2016: Palazzo Albrizzi, Cannaregio 4118, 30121 Venezia 

Esposizione d’arte contemporanea  B’TEVA PAESAGGI DELL’ESISTENZA – A cura di Pier Paolo Scelsi – Testi in catalogo di Massimo Donà, Luigi Viola, Mario Sillani Dierrahjan, Pier Paolo Fassetta, Tobia Ravà, Mauro Sambo, Raffaella Toffolo, Luigi Viola.

L’espressione paesaggi dell’esistenza indica un’idea del paesaggio inteso come esperienza di luoghi entro cui l’uomo contemporaneo agisce, costruendo e mettendo in forma una sperimentazione etica prima ancora che estetica, dunque un paesaggio che si può considerare, con Éric Dardel, manifestazione completa dell’esistenza. Poiché, come sostiene il filosofo Massimo Venturi Ferriolo, la contemplazione di un paesaggio è inseparabile dal vivere al suo interno. Nel nostro caso è l’artista che orientando lo sguardo tra visibile e invisibile, accede alla sfera del senso e alla trama dei significati possibili, ma ogni uomo in fondo può e deve compiere un simile esercizio. In tal modo il paesaggio esce dallo sfondo precostituito e diventa a tutti gli effetti una rinnovata occasione di canto e lode.

B’Teva significa letteralmente in natura, ebraicamente intesa come Creato, concetto definibile anche con l’espressione Olam (םלוע) o mondo di equivalente significato. La parola olam, oltre a significare mondo significa anche eterno e questo ci avverte circa una specifica caratteristica del creato, dove tempo e spazio convergono in un’unica esperienza.

La Natura intesa dai Greci come physis costituisce lo sfondo concettuale fondamentale, il luogo della relazione simbolica primaria da cui ha preso origine il logos che ha dominato la civiltà pagana del mondo antico riflettendo per millenni la propria gigantesca ombra culturale sul pensiero filosofico, artistico, scientifico, infine sull’idea moderna di paesaggio inteso come terreno preminente dell’esperienza estetica e come tentativo di composizione del dualismo tra natura ed artificio che ha dominato la storia dell’Occidente ellenizzato.

Ma nessuno dei termini riferibili alla natura che troviamo nella Scrittura ha un significato analogo a quello di physis, considerata come produttore di vita, entità attiva e creatrice ed è inoltre sempre presente in rapporto di dipendenza da Dio.

La mancata condivisione di una concezione sacrale della natura come entità creatrice autonoma e frutto di un determinismo causale che ha nella natura stessa le proprie ragioni è infatti la prima diretta conseguenza di una visione di Dio come entità trascendente e del mondo come creato e non pura natura.

Opposta è anche l’idea del logos, della razionalità. Pensiamo al logos spermatikos degli stoici, principio generativo dell’universo, mentre al contrario “l’ebreo vede il mondo muoversi per intervento di una volontà unica e suprema che lo indirizza verso un fine che egli non osa neppure indagare. Sente che la ragione lo pone di poco al di sotto della divinità, ma è convinto anche che questa stessa ragione è condizionata e donata da Dio” (G.Israel). Questo significa che la conoscenza ha una sorgente esterna alla natura e pertanto in essa “l’ebraismo biblico si limita ad ammirare la grandezza di un’opera già realizzata prima che egli la potesse contemplare. Sul suo capo si estende il Cielo con le sue schiere innumerevoli di astri, opera di una mano che non è la sua, animati da una voce che non giunge fino a lui. Invece nell’intimo della propria coscienza si apre un mondo altrettanto sconfinato nel quale l’uomo si sente non soltanto esistere realmente, ma si sente molto vicino a Dio; è qui che sa di essere di poco inferiore a Lui.

Anche quando tutto tace egli sente muoversi in se stesso un altro universo di cui riesce ad intuire l’incommensurabilità e le vie più nascoste. È l’Universo etico, il suo universo, quello che percorre insieme agli altri uomini e nel quale Dio non appare come una forma oscura che si limita a muovere le cose; ma soprattutto ed esclusivamente come intelligenza che regola l’armonia suprema nella convivenza degli uomini e che realizza la libertà e la perfetta uguaglianza delle coscienze”.

L’ebraismo introduce dunque la dimensione di un nuovo universo, corrispondente al mondo morale, che ha assoluta necessità di stabilire anzitutto la giusta distanza tra Dio e l’uomo, tra il Creatore e la natura.

La spaccatura con il mondo pagano sta precisamente in ciò, nell’introduzione della dimensione della trascendenza sconosciuta a quel mondo e in particolare al pensiero greco, come ha spiegato Gershom Sholem.

E’ questa bipolarità, questo abisso incolmabile tra Dio e l’uomo che fa sì che “il teatro non sia più la Natura, ma l’azione morale e religiosa dell’uomo e della comunità degli uomini la cui interazione dà luogo alla storia; in un certo senso questa è come lo scenario su cui si svolge il dramma della relazione dell’uomo con Dio”.

Possiamo quindi intendere cosa significhi dal punto di vista ebraico “vivere nella natura”, alla luce di una specifica consapevolezza del significato e del ruolo che uomo e natura hanno nel creato.

Inoltre credo che ciò ci permetta di capire come il paesaggio di cui sentiamo maggiormente l’urgenza e la necessità oggi sia quello che prende forma unicamente a partire dalla coscienza morale della nostra relazione con il Creato, oltre ogni idolatrico naturalismo, un creato illuminato dalla nostra partecipazione attiva al dialogo con la trascendenza e dal senso dell’esistenza al mondo e del mondo.

Il progetto DEVIR/DAVAR vuole ricordare i 500 anni dalla fondazione del Ghetto di Venezia proponendo due grandi metafore incardinate l’una nell’altra: quella spaziale del Mare di mezzo, inteso come “matria”, paesaggio liquido e luogo dell’abitare, tra dialogo e scontro, delle grandi culture monoteiste di cui Venezia, nella fluida mobilità delle sue forme e nei riflessi ancor oggi vivi della sua storia, è simbolo ed epifania e quella del Libro (Sefer HaTorah) dal quale derivano tutte le fondamentali ed eterne regole del vivere civile e comunitario, fuori dalla barbarie idolatrica, in un percorso nel Tempo reso ancor più vitale proprio dall’incontro con la tradizione “altra” e perfino ostile dell’Occidente ellenizzato.

Libro che sussume dunque tutta la complessità del cammino compiuto dalla Parola da Oriente ad Occidente, facendosi altresì esplicita testimonianza della Speranza (HaTikvah) che un popolo ha saputo conservare nei secoli attraverso le più drammatiche vicende, attingendo all’insegnamento (Torah) che dal Libro stesso viene.

La cultura contemporanea tutta, non solo quella ebraica, è infatti profondamente innervata da tali radici e abbeverata alle fonti ebraiche che scopertamente o sotterraneamente la nutrono, dalla kabbalah alla saggezza dei chachamim. Peraltro, se guardiamo appunto alle matrici della nostra complessità culturale esse sono sempre ispirate a principi pacifici, di rispetto per il prossimo, di regolazione e di ricomposizione del conflitto, né potrebbe essere diversamente nelle parole o nell’azione dei saggi. Ben diversamente dall’uso strumentale e spesso criminale che ne viene fatto da parte di chi predica la violenza, l’odio razziale e religioso, la cancellazione dell’altro come condizione per la propria affermazione. Per questo crediamo che possa essere opportuno profittare dell’occasione offerta dal ricordo della fondazione del Ghetto, evento in sé assolutamente infelice per gli ebrei, per trarre una lezione positiva che ci riconduca a considerare l’insegnamento che ci viene dai Maestri. In particolare mettendo in rapporto l’obbligo della riflessione filosofica e culturale con l’esperienza dell’arte.

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